C’è un’emozione rara, quasi un brivido, quando un’opera d’arte ti tocca nel profondo. Non si tratta solo di ammirazione, ma di un’empatia viscerale, un senso di appartenenza che sfida la logica e l’obiettività. L’ho provato con Metal Gear Solid Delta, ma provando Silksong su PlayStation 5, la sensazione è stata ancora più intensa. È come ritrovare un vecchio amico, ma vederlo maturato, cresciuto, diventato una persona ancora più affascinante e complessa. Ho accarezzato la superficie liscia del controller, e ciò che si è palesato su schermo non era più un semplice videogioco, ma un’estensione diretta dei miei sensi, un’epopea che si svolgeva sulla pelle.

Tecnica
In un’industria sempre più ossessionata dai numeri e dalle metriche, l’esistenza stessa di Hollow Knight: Silksong è un gesto di ribellione. Questo non è un progetto che un grande editore avrebbe mai finanziato, né un titolo che un piccolo studio potrebbe permettersi di produrre con le sue sole forze. La sua mera presenza sul mercato è la testimonianza di una volontà incrollabile, di una passione che ha reinvestito ogni ricavo del suo predecessore e oltre sette anni di vita degli autori in un’opera libera da compromessi. La maniacale dedizione del Team Cherry si manifesta in ogni singolo aspetto tecnico.
La fluidità dell’azione è un piacere per gli occhi, una vera e propria danza che trascende la semplice efficienza di codice. Ogni movimento di Hornet, ogni scatto, ogni balzo, ogni colpo di ago è immediato, preciso, come un gesto che il gioco anticipa ancor prima di essere compiuto. Le animazioni, interamente disegnate e rifinite a mano, non sono un semplice corredo estetico, ma il cuore pulsante del gameplay. La loro fluidità rende ogni frame un’opera d’arte in movimento, dimostrando che la vera potenza tecnica risiede nell’artigianalità, non nella mera potenza di calcolo. La risoluzione elevatissima a cui gira il titolo esalta ogni dettaglio, ogni pennellata digitale. Le profondità dei fondali, i giochi di luce e ombra, la complessità visiva dei personaggi e delle ambientazioni sembrano uscire dallo schermo, rendendo ancora più evidente la cura maniacale di ogni singolo pixel. In questo senso, la tecnologia non è un fine, ma un mezzo per amplificare l’arte, un ponte tra la visione degli sviluppatori e la nostra percezione.
Gameplay
Hollow Knight: Silksong si presenta sin dai primi battiti come un progetto integrativo al suo predecessore, un viaggio che quasi da per scontata la conoscenza dei sistemi e delle dinamiche. È un’esperienza brutalmente ostica, complessa, che si rivolge dritto per dritto a una fetta di pubblico estremamente specifica, evitando consapevolmente qualsiasi chiacchiera o fronzolo per inseguire un obiettivo molto preciso: mettere in scena il videogioco più vasto, più libero, più complesso e più carico di dettagli nell’orbita del genere metroidvania.
Se si discute spesso della vicinanza fra la struttura dei metroidvania e quella dei videogiochi “Souls”, quest’opera rappresenta quell’anello di congiunzione che ne dimostra una volta e per sempre la genealogia comune. La filosofia di gioco si basa su due anime nude e crude: l’esplorazione e il combattimento. Non c’è mai stato un titolo del genere così assuefacente nell’esplorazione e così pregno di splendidi combattimenti, e non c’è mai stato un titolo del genere in cui combattimenti tanto impegnativi alzassero il sipario su così tanta nuova esplorazione. La progressione non è più lineare: ci sono missioni principali e secondarie, interi archi narrativi opzionali e filmati che scandiscono i passaggi più importanti del viaggio.

L’avventura è quella di Hornet, la principessa guerriera che si ritrova sola e dispersa nelle terre di Pharloom. Senza che sia minimamente tenuto per mano, al giocatore è richiesto di battere e di mappare ogni centimetro di quelle terre, d’immergersi nel respiro dell’ambientazione e del suo strambo ecosistema, di stringere improbabili amicizie, d’oltrepassare ostacoli all’apparenza insormontabili, di ricomporre i frammenti della narrazione esplicita e silenziosa. La grande novità di Silksong risiede nella realizzazione di un mondo che, oltre ad affascinare per la sua estensione, si rivela realmente vivo, in costante trasformazione, capace di ridurre ai minimi termini la ridondanza di dinamiche altalenanti come quella del backtracking: Pharloom è un ricettacolo che trabocca di segreti e di caratteri pittoreschi, che non ha paura di nascondere interazioni fin negli angoli più remoti del reame, introducendo costantemente nuovi personaggi e nuove attività anche nei confini delle regioni già esplorate.
Il sistema di combattimento resta un capolavoro di approccio minimalista: l’azione si basa quasi interamente sul motore fisico, sul puro e semplice posizionamento, sulla capacità di leggere le situazioni e d’interpretare i pattern d’attacco degli avversari, che in questa iterazione sono impreziositi da un grado di varietà davvero sorprendente. Il Team Cherry ha sparigliato le carte in tavola, modificando completamente l’approccio alle cure e alla gestione delle risorse, ora parte di un intricato meccanismo radicato nella sopravvivenza.
A essersi evoluto più d’ogni altro elemento è senza dubbio il sistema di sviluppo e di progressione, ormai molto distante dalla più classica meccanica del singolo power-up: grazie all’introduzione degli Emblemi, praticamente delle “classi” che mutano completamente il set di attacchi della protagonista e l’approccio stesso al combattimento, è ora possibile realizzare vere e proprie build attraverso le quali personalizzare più profondamente l’esperienza, regalando dignità e linfa vitale a ogni singolo strumento o gadget celato negli anfratti di Pharloom.
Audio
La colonna sonora, curata da Christopher Larkin, non è semplicemente un accompagnamento, ma il battito cardiaco di Pharloom. Le melodie si fondono con l’ambiente, con le battaglie, con i momenti di solitudine. Ci sono melodie che ti spingono ad esplorare, altre che ti avvolgono in un’atmosfera di malinconia, e altre ancora che accelerano il battito in vista di un boss. Il sound design è una lezione di minimalismo e precisione. Il rumore dei passi di Hornet, il tintinnio dell’ago, il suono distinto di ogni nemico, il sibilo del vento: ogni elemento è stato cesellato con una cura maniacale per costruire un’esperienza auditiva che è al tempo stesso immersiva e narrativamente significativa.
Emozione
Abbiamo parlato più volte di artigianalità, ma avremmo potuto anche utilizzare il termine autorialità, per indicare tutti quegli elementi che si possono ascrivere a un piccolo progetto studiato nei minimi dettagli. Animazioni e disegni unici, sequenze nascoste, chicche che un game designer si è preso la briga di realizzare per rispondere a interazioni assolutamente poco comuni. Adotti un comportamento creativo e questo viene in qualche modo riconosciuto dagli autori. Quel genere di cose che, al giorno d’oggi, sembra possibile incontrare solamente nei laboratori delle piccole botteghe, in quegli studi di sviluppo che stanno diventando sempre più simili a sartorie e che brillano tantissimo nel confronto con il mercato industriale della grande distribuzione.
Trasmette proprio questa sensazione, giocare a Silksong: si percepisce che si tratta di un’opera realizzata al contempo con leggerezza e con precisione maniacale, con la passione tipica di chi è innamorato della propria creazione e, per sua fortuna e per quella dei videogiocatori, è dotato del talento e delle risorse per riuscire a farla risplendere al meglio. A volte capita di soffermarsi a osservare Hornet che riposa su una panchina, semplicemente ascoltando la colonna sonora e cogliendo qualche dettaglio che si muove sul fondale, prendendo coscienza del fatto che l’opera riesce a funzionare persino quando rimane ferma, mentre il controller riposa appoggiato sulla scrivania.
Nel mercato di oggi è praticamente impossibile trovarsi di fronte a un progetto di questa fattura, realizzato con questa cura e con queste risorse. In fin dei conti si tratta di una struttura molto semplice, figlia di un’ispirazione inflazionata, antica quasi quanto lo sono le console: Silksong è un po’ come quel piatto di pasta che nella sua semplicità riesce a ricordare le atmosfere dell’infanzia, solo che è stato realizzato da uno chef stellato con le materie prime migliori sul mercato. Imboccando una direzione opposta rispetto alla corrente dell’industria, gli autori hanno confezionato quello che è senza troppe discussioni il miglior metroidvania 2D mai realizzato, generando incidentalmente un impatto più violento di qualsiasi produzione AAA del 2025. Ha davvero senso compiere il noioso esercizio di stile della caccia al difetto di fronte a un titolo mastodontico e curato a mano come è Silksong? Chiedersi se sia perfetto? Sì, forse si poteva fare ancora meglio nel posizionamento di alcuni checkpoint, ma l’unica osservazione che vale la pena fare è che il Team Cherry ha già confermato di avere intenzione – esattamente come accaduto con il capitolo precedente – di pubblicare una serie di contenuti aggiuntivi, dunque quello che ci troviamo ad analizzare oggi è solo il primo passo di un altro percorso che sarà universalmente ricordato come un capolavoro.

